Decalogo dell’influencer garbato

Capita alquanto di frequente di approcciarsi al mondo degli influencer, ovvero quelle personalità del web che si propongono come propulsori di nuove mode, in grado di condizionare un pubblico dalla vastità variabile attraverso l’utilizzo dei social network, collaborando con aziende che li designano come soggetti in grado di ampliare la visibilità dei propri prodotti o servizi.

Capita altrettanto spesso di accorgersi degli errori grossolani dal punto di vista comunicativo in cui queste personalità possono incorrere.
Il “decalogo dell’influencer garbato” si propone quindi come una mini-guida per chi si accinge ad entrare in questo mondo o già ne fa parte, unendo buon senso, un po’ di esperienza e quanto basta di studio.

Ecco le regole che ho selezionato.

 

  • 1. Non definirsi influencer coi propri seguaci.

I motivi sono molteplici.

In primo luogo, se lo si è veramente, non è necessario renderlo esplicito: emerge al primo sguardo, osservando le interazioni, il gradimento, la potenza della componente visiva.

Oltre a questo, definirsi influencer mette in ombra il motivo per cui si è influenti, su cui è decisamente meglio concentrarsi. Fotografo amatoriale o professionista, blogger, appassionato di viaggi, esperto di moda: sono queste le informazioni che devi condividere; il fatto che queste passioni influenzino un pubblico è secondario.

Oltre a questo, auto-proclamarsi influencer può dare un’immagine di sé immotivatamente snob e far pesare eccessivamente l’asimmetria tra sé e il seguace.

 

  • 2. Nelle collaborazioni, menzionare il brand ma non ringraziarlo pubblicamente.

Quando si viene contattati da un brand, specialmente all’inizio o con marchi piuttosto prestigiosi, ci si sente onorati e investiti di una grande responsabilità.

Talvolta si desidera gridare al mondo la soddisfazione nel collaborare con una determinata azienda, che fa sentire importanti e onorati. Ma queste sono emozioni che vanno vissute privatamente, condividendole al massimo con la cerchia di persone che si frequentano al di fuori del lavoro da influencer. Sì, lavoro, perché di questo si tratta: l’influencer crea in autonomia campagne di comunicazione per marchi, e per questo dev’essere il più professionale possibile.

È importante lavorare con discrezione, menzionando il marchio quando è opportuno.

I motivi anche qui sono molteplici: innanzi tutto, è importante ricordare che un marchio ha scelto noi per pubblicizzare sé stesso, non per pubblicizzare noi. È l’azienda che si serve della visibilità che noi possiamo offrire.

Un altro motivo è quello che più viene trascurato ma che forse è il più importante: ringraziando pubblicamente un brand emerge a livello più o meno consapevole quell’autocompiacimento che è sempre meglio evitare. È decisamente molto meglio inviare una mail per ringraziare il brand privatamente.

Menzionare un brand, invece, sposta l’attenzione da sé al prodotto, motivo per cui se ne viene contattati come rappresentanti.

 

  • 3. Attuare un product placement discreto

Collaborando coi brand, è importante che il prodotto sia visibile, ma troppo spesso il limite tra “visibile” e “nauseante” viene oltrepassato.

Un esempio classico, che riguarda quasi tutti coloro che si affacciano al mondo delle sponsorizzazioni, è l’orologio. Siamo partiti tutti da lì.

Come sempre, i motivi sono molteplici anche per quest’aspetto: è importante mantenere una coerenza estetica tra le immagini sponsorizzate e quelle abituali. Il marchio dev’essere inserito con discrezione e non deve appesantire la galleria.

Oltre a questo, la sponsorizzazione che io definisco ‘nauseante’, cioè quella in cui l’immagine del prodotto occupa più di 2/3 del contenuto visivo, rischia di far provare al follower la sensazione di essere sfruttato come oggetto di marketing. Non è un caso che, anche empiricamente parlando, le fotografie in cui è presente un product placement invasivo abbiano un engagement rate notevolmente inferiore.

 

  • 4. Qualità, non quantità.

Quando si collabora con aziende, talvolta si assiste ad un elenco di richieste davvero insostenibile, quasi monopolizzante. “Dieci foto in un mese e almeno due Stories al giorno.”

No.

Innanzi tutto perché è impossibile produrre così tanti contenuti di livello qualitativo elevato, poi perché si ritorna a quanto detto sopra sul limite tra ‘presente’ e ‘nauseante’.

Il marchio non può diventare oggetto principale del profilo di un utente. Dev’essere sempre un accessorio. Questo tutela sia l’influencer sia il marchio stesso.

È importante studiare una campagna adeguata tra influencer e azienda, senza accettare a prescindere qualsiasi condizione proposta, dialogando al fine di trovare la soluzione migliore per una collaborazione di qualità.

L’importanza della qualità si riflette anche per le Stories. È assolutamente inutile pubblicare contenuti che possono interessare solo una piccolissima cerchia dei nostri seguaci: per quello esistono Facebook e altri canali più diretti.

Per aggiungere un tassello al discorso “qualità e non quantità”, ritengo opportuno non esagerare coi contenuti anche quando questi sono tutti di qualità. Ad esempio, è meglio non pubblicare più di due post al giorno nonostante ci si possa trovare in condizioni particolarmente favorevoli: in questo modo, si dà maggior valore e visibilità ad ogni singolo scatto, senza rischiare una sovraesposizione che porta come conseguenza anche un minore engagement. Gli utenti possono essere ben disposti a lasciare uno o due commenti al giorno, ma difficilmente avranno qualcosa da dire su una sequenza di foto pubblicate a distanza ravvicinata. Allo stesso modo, negli hashtag popolari si può trovare solo una fotografia per ogni utente, quindi pubblicare meno permette di aumentare la visibilità al singolo scatto.

 

  • 5. L’invidia non paga.

Innanzi tutto è bene definire l’invidia: non è il desiderio di possedere ciò che ha un’altra persona ma il desiderio di distruggere ciò che un’altra persona possiede e a noi manca.

Nel social network l’invidia si declina in due direzioni: quella asimmetrica (bottom-up) e quella simmetrica (peer to peer).

Con bottom-up intendo quella che proviene dal basso verso l’alto, dal seguace che si può trovare a invidiare l’influencer che entra nel circolo di auto-compiacimento e auto-celebrazione e si rende inconsapevolmente pesante nell’evidenziare la distanza che intercorre tra loro; per questo è importante evitare frasi tipo “un’altra dura giornata in ufficio” quando si è distesi a sorseggiare mojito in una spiaggia caraibica, per non parlare del ‘ciao povery’, locuzione che fortunatamente sta vivendo un meritato declino.

Perché? Semplicemente perché non è ironia, non fa ridere e non porta niente se non l’invidia di chi si trova veramente in ufficio.

Piuttosto, è importante ridurre il più possibile la distanza con chi ci segue: invece che ricordare al follower che non si trova con noi, è bene provare a farlo viaggiare in nostra compagnia attraverso le immagini e i racconti.

Inoltre, è bene non straparlare delle opportunità che si stanno vivendo: per molti possono suonare solo come una vanteria, portando al secondo tipo di invidia, quella simmetrica (peer to peer).

Chi fa il nostro stesso lavoro può essere un compagno di avventure o un rivale. Siamo noi a sceglierlo, in base al nostro comportamento. È importante essere corretti e non rendersi antipatici a chi fa il nostro stesso lavoro, perché domani potremmo lavorare insieme.

 

  • 6. Il backstage è bello ma non bellissimo.

Mostrare degli elementi più umani dietro ad una collaborazione con un’azienda può essere un buon modo per permettere al pubblico di avvicinarsi, ma parlare pubblicamente di budget, mail assurde ricevute da agenzie (ne abbiamo ricevute tutti), lamentele rispetto alla difficoltà nel fare un lavoro più difficile di quello che tutti credono e ingiustizie non è poi così elegante.

Anche rispetto ai rapporti con gli addetti ai lavori è sempre consigliabile essere quanto più possibile discreti.

Se proprio si vuole mostrare un po’ di backstage, è meglio rimanere attinenti al contenuto della collaborazione.

Anche mostrare pubblicamente le statistiche dei propri social non è consigliabile. Innanzi tutto, non serve dimostrare la propria onestà finché non si è accusati, e poi non è compito nostro valutare le statistiche dei profili. Esistono le agenzie che reclutano influencer per quello. Che poi lo facciano male, senza neanche verificare chi fa shopping compulsivo di follower, è un altro discorso.

Stessa cosa vale per il raggiungimento di traguardi numerici: pubblicare screenshot dei propri successi in termini di like e follower può essere un motivo d’orgoglio che può essere condiviso, ma non su profili pubblici. Un messaggio ai propri amici, che sono coloro che possono gioire autenticamente del traguardo, andrà benissimo.

Diverso invece è il discorso quando si tratta di articoli di giornale e riconoscimenti da parte di fonti autorevoli: in questo caso, condividere la notizia può essere un aiuto a migliorare la propria credibilità, oltre ad essere una meritata fonte di soddisfazione.

 

  • 7. Non fare shopping.

Gli addetti ai lavori capiscono a colpo d’occhio quando le statistiche di un profilo sono gonfiate con artifizi, quindi è meglio non fare shopping di follower, like e interazioni fasulle. Esistono diversi strumenti per valutare l’autenticità delle interazioni nei social network, per cui è sempre bene non giocare coi numeri, anche perché la cronologia non si cancella; una volta che lo shopping di follower è stato effettuato, rimarrà sui database di tool come Socialblade per sempre: vedere picchi enormi di crescita e decrescita di seguaci in poco tempo è alquanto sospetto, e basta un errore per giocarsi la credibilità che si costruisce giorno per giorno lavorando con costanza. Allo stesso modo, anche la tecnica del follow for follow alla lunga non paga, poiché non restituisce interazioni realmente interessate ai contenuti. Anche per questa tecnica, poi, la cronologia non si cancella, e si tratta di dati accessibili pubblicamente a tutti i brand, agenzie e PR.

 

  • 8. Fare due chiacchiere.

Spesso gli influencer pubblicano un contenuto e non rispondono ad alcun feedback da parte del seguace. A volte, rispondono solo ai feedback negativi, che è ancora peggio perché significa che tutti i commenti vengono letti ma a questi non viene data importanza finché non si tratta di attacchi personali.

Può essere difficile stare dietro a tutte le interazioni che avvengono sui propri profili social e il tempo non è mai abbastanza, però è importante dare un feedback a chi ha mostrato interesse per un contenuto contenuto: rende più soddisfacenti e gradevoli le interazioni, gratifica l’utente che si vede dare importanza alla propria voce da parte di una persona reale, migliora l’engagement complessivo tenendo attivi gli utenti che interagiscono e riduce il rischio di defollow. Insomma, chiacchierare sui social network è la migliore terapia.

Quando si tratta di venti commenti è fattibile, quando si tratta di duecento commenti più difficile, quando si tratta di duemila è semplicemente impossibile: almeno nei primi minuti dopo la pubblicazione, però, è importante rimanere online per rispondere alle prime interazioni “a caldo” che avvengono sotto i contenuti.

E, se vi capita, fate due chiacchiere anche sotto ai contenuti di altri utenti.

 

  • 9. Scrivere bene, formalmente bene.

Le immagini sono importanti ma le parole lo sono altrettanto.

È bene prestare attenzione alla punteggiatura e alla grammatica quando si scrive, anche se si tratta della semplice didascalia di una foto, osservando qualche semplice regola:

  • va lasciato uno spazio dopo ma non prima di un segno d’interpunzione;
  • i puntini di sospensione, di cui è sempre bene non abusare, sono solo e soltanto tre;
  • tra le virgolette e la parola virgolettata non si lascia nessuno spazio;
  • i punti esclamativi sono belli e utili, ma uno è sufficiente;
  • emoji sì, ma con moderazione;
  • scrivere tutto in maiuscolo, nel web, è l’equivalente di urlare nella vita reale. Fate voi.

Inoltre, scrivendo in italiano le parole inglesi non acquisiscono la -s del plurale, per cui fate attenzione a dare il “buongiorno ai followers” e a lavorare coi “brands”: è semplicemente sbagliato.

In tutto questo, poi, è importante sintetizzare, leggere e rileggere anche una semplice didascalia prima di andare online, perché gli errori sono sempre dietro l’angolo.

 

E arrivati a questo punto, quale può essere la decima regola che completa il decalogo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *