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Le conseguenze secondarie di questo stato d’incertezza.

L’emergenza coronavirus sta costringendo il mondo ad adattarsi a un tipo d’imprevedibilità a cui non si è abituati.

Il Covid-19 porta con sé delle conseguenze che io definisco “di tipo primario” e “di tipo secondario”.

Quelle di tipo primario riguardano gli aspetti strettamente medici, tra cui contagi, ospedalizzazione, guarigioni, decessi, decorso della malattia.

Quelle di tipo secondario, invece, riguardano tutti noi indipendentemente dal rischio.

E ci riguardano direttamente perché portano a rinegoziare un vecchio dilemma già noto all’umanità, quello tra libertà e sicurezza, quando entrambe sono necessariamente da rinegoziare.

 

Si ritorna all’analisi de Il disagio della civiltà di Freud, secondo cui l’ingresso nella civiltà comporta necessariamente un certo grado di rinuncia alla propria libertà individuale.

L’appartenenza alla società civile implica l’adesione ad un sistema di regole che tiene sotto controllo alcune pulsioni.

Le regole garantiscono un sufficiente livello di sicurezza, per cui verrebbe da dire che la rinuncia a parte della propria libertà è una piccola spesa che vale la pena sostenere.

 

La questione si complica in situazioni come quella attuale, in cui si sconvolge un equilibrio che credevamo stabile, quello tra libertà e sicurezza. Non solo: si sconvolge a tempo indeterminato.

 

Non è semplice sentirsi dire che bisogna rinunciare a più libertà per ottenere più sicurezza.

 

La libertà è un valore a cui la nostra società non è disposta a rinunciare facilmente. Questo aspetto ha un risvolto positivo e uno negativo.

Il risvolto positivo prende forma nei movimenti a tutela delle libertà individuali, dell’autodeterminazione e dei diritti civili.

Il risvolto negativo si mostra nel momento in cui la rinegoziazione di una libertà ormai data per scontata provoca una frustrazione intollerabile.

 

La frustrazione è assai rischiosa, perché può generare reazioni di forte aggressività quando non è compresa e accolta come parte dei propri vissuti.

Una frustrazione non riconosciuta può portare al diniego del problema, a rischiose condotte reattive o, al contrario, al panico e all’angoscia di cadere a pezzi.

 

Il problema, a questo punto, riguarda una rielaborazione dell’immagine di sé.

Una nuova immagine di sé come persona che può autodeterminarsi, ma fino a un certo punto.

Che può essere libera fino a un certo punto.

Che può avere fiducia nella stabilità della libertà che possiede fino a un certo punto.

Una persona che deve faticosamente integrare una nuova consapevolezza: che la rinuncia a parte della propria libertà talvolta è l’opzione migliore, per quanto frustrante sia.

 

Quindi, adoperiamoci per ascoltare i nostri vissuti emotivi, perché sono in grado di influire potentemente sui nostri comportamenti e sulla percezione della realtà.

 

Inoltre, teniamo gli occhi aperti di fronte alle richieste di rinegoziazione della libertà, pronti a mantenere un atteggiamento critico ma disponibile, cosicché la bilancia tra libertà e sicurezza sia libera di oscillare nella maniera più funzionale alla conservazione della civiltà.

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Gianluca Fazio
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